Tra la nostra anima ed il nostro corpo
ci sono tante piccole finestre.
Da li, se sono aperte, passano le emozioni,
se sono socchiuse filtrano appena…”
Susanna Tamaro

A tutti capita quotidianamente di sperimentare diversi stati emotivi e quando ci sentiamo agitati, arrabbiati o sorpresi usiamo dire che ci sentiamo emozionati.

Ma cosa è un’emozione?

Possiamo definirla come il risultato dell’interazione tra il nostro universo interiore ed il mondo esterno; essa è la nostra risposta biologica ad alcuni stimoli che arrivano sia da fuori che da dentro di noi e che tendono a mutare l’equilibrio del nostro essere.

Quasi tutti gli studiosi che si sono occupati di emozioni hanno tentato di individuarne la funzione adattiva esercitata per la specie dimostrando come ogni emozione si sia sviluppata nella specie uomo per un motivo ben specifico; così la paura ha permesso ai nostri antenati e permette ancora a noi oggi di attivare le adeguate reazioni di attacco-fuga di fronte al pericolo cosi la gioia ha sempre spinto l’essere umano a ricercare le situazioni positive e favorevoli all’esistenza. Filogeneticamente dunque le emozioni hanno avuto la funzione fondamentale di preservare la specie, ma ontogeneticamente cosa accade?

Quando un bambino viene al mondo quali sono le emozioni che si sviluppano prima e perché?

Lo sviluppo emotivo di un bambino ripercorre in un certo senso quello della specie. La prima grande distinzione da compiere è quella tra emozioni primarie e secondarie (Ekman, 2007) ; distinzione non solo temporale, poiché queste compaiono in momenti diversi dello sviluppo dell’individuo, ma anche funzionale in quanto assumono scopi diversi. Mentre le emozioni primarie sono innate ed universali e si manifestano più precocemente nello sviluppo dell’essere umano quelle secondarie compaiono solo dopo i due anni di vita e, avendo uno scopo prettamente sociale, sono culturalmente apprese sia nella loro espressione che nel loro riconoscimento.

Possiamo dividere le emozioni primarie in due grandi categorie: quelle che spingono l’individuo verso il contesto (felicità, sorpresa, interesse e rabbia) e dunque positive e quelle negative che tendono, invece, a procurare nel soggetto reazioni comportamentali di allontanamento da un ambiente potenzialmente pericoloso (tristezza, paura e disgusto). Gli aggettivi positivo e negativo in questo senso rappresentano principalmente una modalità di relazione con l’ambiente e non implicano nessun giudizio; questo ci permette di sottolineare come tutte le emozioni siano utili e necessarie per lo sviluppo. Tutti i ricercatori sono sostanzialmente d’accordo sul fatto che alcune emozioni siano presenti da subito e che esse compaiono secondo una sequenza evolutiva piuttosto precisa: da un primo periodo caratterizzato dalle emozioni presenti alla nascita e regolate principalmente dai processi biologici fino ai 3 anni periodo in cui compaiono le emozioni complesse o secondarie (Camaioni e Di Blasio, 2007).

Con le ricerche degli ultimi decenni la percezione del neonato e delle sue capacità è andata modificandosi; da un neonato considerato come una monade incapace di provare persino dolore si è scoperto un bambino attivo e già capace, sin dalle primissime fasi di vita, di rispondere a stimoli esterni e di entrare in relazione con gli altri significativi. Chi ha avuto la fortuna di poter osservare lungamente un neonato nei primi giorni di vita sarà stato sorpreso dalla varietà delle diverse espressioni facciali del piccolo segno di una già vivace vita interiore. Grazie alle ultime ricerche svolte nell’ambito dell’Infant Research ad esempio è stato dimostrato che il bambino è capace sin dalle prime ore di vita di provare interesse nei confronti di alcuni stimoli specifici: essi si volgono ad esempio verso un volto umano oppure verso la voce della propria mamma. Mentre la sorpresa compare solo dopo i 5 mesi momento in cui il cambiamento di uno stimolo familiare viene accolto con reazioni di maggiore interesse. Precocemente inoltre il bambino è in grado di provare anche il disgusto verso una sostanza che non gli è gradita e che si esprime attraverso comportamenti che sono più di altri riflesso dell’eredità della specie.

Per quanto riguarda il binomio felicità – tristezza invece la situazione diventa più complessa. Da sempre questi due stati d’animo vengono contrapposti; nei romanzi, nelle fiabe e persino nelle canzoni tali emozioni pur apparendo legate indissolubilmente sembrano trasmettere l’idea che dove esiste l’una l’altra non può che soccombere. Sentirsi tristi e felici allo stesso tempo sembra a tutti un’impresa impossibile, eppure l’equilibrio tra queste emozioni cosi incompatibili tra loro è alla base della vita interiore di ciascuno di noi. Tale oscillazione si esprime già dai primi momenti di vita attraverso l’alternarsi di stati di quiete, in cui prevale un equilibrio omeostatico di soddisfazione, ed uno stato in cui a causa dell’emergere di impellenti bisogni soprattutto corporei la stasi viene interrotta procurando un disagio che il bambino esprime attraverso il pianto. Tutte le emozioni nella loro funzione di ponte tra interno ed esterno affondano dunque le proprie radici nel corpo; qui le risposte primitive che provengono dall’evoluzione della specie vengono in aiuto al singolo bambino per esprimere il proprio bisogno. Nessun genitore ha mai dovuto insegnare al proprio figlio a piangere o a ridere, il sorriso e le lacrime sono espressioni innate che assumono con il tempo un valore comunicativo all’interno delle relazioni poiché trovano nell’altro qualcuno capace di accoglierle.

Con la crescita anche le emozioni dunque diventano più complesse e, ad esempio, intorno al 3° mese di vita il bambino poiché sta acquisendo la capacità di differenziare la madre dal resto delle persone che popolano il suo mondo sarà in grado di esprimere la gioia di vedere quel volto tanto amato attraverso il sorriso sociale selettivo. Anche il pianto del bambino può assumere diversi significati; esso, soprattutto nelle prime fasi dello sviluppo, comunica un disagio transitorio che passa nel momento in cui i bisogni vengono accolti e soddisfatti. Tuttavia è stato dimostrato, soprattutto nell’ambito delle ricerche dei primi anni del 900 sui bambini istituzionalizzati, che una sistematica frustrazione dei bisogni infantili possa procurare vere e proprie reazioni di tristezza anche in bambini molto piccoli. Questa può causare veri e propri danni all’intero sviluppo del bambino minacciandone l’esistenza intera.

Le emozioni dunque sono il terreno in cui ci muoviamo da quando siamo molto piccoli e sono quel luogo in cui si incontra l’eredità della nostra specie divenendo cosi la parte di noi che più ci configura come appartenente al genere umano. Saperle riconoscere, accogliere e gestire è una qualità fondamentale per la vita di ciascuno di noi e tale capacità nasce già nei primi istanti della nostra personalissima esistenza.

Bibliografia
Camaioni L., Di Blasio P. (2007). Psicologia dello sviluppo. Bologna: Il Mulino
Ekman P., Friesen W. V. (2007). Giù la maschera. Come riconoscere le emozioni dall’espressione del viso. Firenze: Giunti Editore

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