“Senza emozione, è impossibile trasformare le tenebre in luce e l’apatia in movimento.” (Carl Gustav Jung)

La parola emozione deriva dal latino “emovère”, portare fuori; possiamo già comprendere come, quando emerge un’emozione questa ci porti fuori dallo stato in cui ci troviamo.

Ogni giorno possiamo sperimentare questo evento, quando ci sentiamo tristi, felici, arrabbiati o quando proviamo vergogna, gelosia…il nostro mondo interno viene smosso a volte sin dalle fondamenta. Positive o negative, le emozioni tutte hanno come funzione adattiva quella di smuoverci dallo stato in cui ci troviamo.

Di cosa è un’emozione ho già parlato nel precedente articolo (vedi “le emozioni primarie”), ricordo solamente come queste siano risposte a degli stimoli interni ed esterni ed in alcuni casi sono innate ed universalmente espresse e riconosciute. Tuttavia, vi sono delle emozioni che non possono definirsi innate seppur le sperimentiamo nell’arco della nostra vita.

Gli studiosi le chiamano emozioni secondarie poiché si originano dalla combinazione delle emozioni primarie e si sviluppano con la crescita dell’individuo e attraverso l’interazione sociale (Damasio, 1995). Esse sono quindi strettamente legate alla cultura e, di conseguenza, al periodo storico in cui si esprimono e sono decisamente più complesse rispetto a quelle primarie e, per questo, richiedono un certo grado di sviluppo e di crescita dell’individuo per fare la loro comparsa.

Emergono solo intorno ai 2 anni, momento in cui il bambino inizia a percepirsi separato dalla madre; queste emozioni prettamente umane non possono esistere se non nasce un individuo capace di pensare a sé stesso. Tra le principali emozioni secondarie vi sono: la vergogna, il disprezzo, la colpa, l’orgoglio, etc…

Ma quale è la loro funzione? Se ci è facile pensare a cosa serva la gioia, ci chiediamo invece perché ad un bambino dovrebbe essere utile provare vergogna o invidia. Anche le emozioni secondarie negative però hanno come funzione quella di permettere all’individuo di adattarsi alla collettività, compito fondamentale dell’individuo all’inizio della sua esistenza. Le emozioni primarie e secondarie sono sia difesa che motore della nostra vita; le seconde ancor più delle prime, essendo legate alle relazioni reali immaginate ed interiorizzate, oltre che strettamente collegate all’educazione.

Cosa può fare l’adulto per favorire un corretto sviluppo emotivo del bambino? Le ricerche attuali dimostrano come una corretta educazione emotiva, sia in ambito familiare che scolastico, possa ridurre il rischio dell’insorgenza di molti disagi e malesseri come bullismo, ritiro sociale e dipendenze. Un’ educazione basata sulla creazione di connessioni tra il dentro (ciò che proviamo) ed il contesto relazionale in cui viviamo può favorire lo sviluppo di un ambiente caratterizzato da condivisione e cooperazione. In una società moderna che ci vuole sempre più freddi ed impenetrabili la psicologia dello sviluppo invece ci insegna come le emozioni siano alla base dell’agire di un bambino e, di conseguenza, dell’adulto. Anche i programmi scolastici si sono adeguati ritenendo l’educazione emotiva una premessa fondamentale a qualsiasi tipo di apprendimento. Daniel Goleman (2011) ha creato per questo il termine intelligenza emotiva indicando un tipo di intelligenza strettamente legata a 3 tipi di abilità sociali:

– essere capaci di discriminare i vari tipi di emozioni,

– essere capaci di monitorare le proprie emozioni e quelle altrui,

– usare le emozioni per guidare le proprie azioni ed i propri pensieri.

Dunque. i genitori prima e gli educatori poi, devono favorire questa consapevolezza emotiva nei bambini a loro affidati attraverso lo sviluppo di alcune capacità come:

la consapevolezza di sé: ogni emozione ha una componente cognitiva e corporea. Sosteniamo i bambini innanzitutto nell’ascolto delle proprie sensazioni e dei propri pensieri.

la gestione di sé: quando emerge un’emozione molto intensa i turbamenti che ne derivano sono molti e possono spaventare. Cerchiamo di aiutare i bambini ad incanalare le proprie emozioni verso fini costruttivi.

l’empatia: dopo una certa età con lo sviluppo cognitivo i bambini saranno in grado di interpretare le azioni degli altri in base a credenze ed emozioni. Per questo vanno sostenuti nel percepire i sentimenti degli altri ed il loro punto di vista.

Per concludere: credo che sia compito di noi adulti in primis di essere capaci di trasmettere al bambino l’apertura e la capacità di ascolto empatico facendogliene fare esperienza sin dai primi momenti di vita attraverso la costruzione di relazioni quanto più accoglienti.

Bibliografia

Damasio A. R. (1995). L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano. Adelphi.

Goleman D. (2011). L’intelligenza emotiva. Milano: Rizzoli

Autore

Maria Elisei

(Psicologa e Co-founder presso Mission Empathy)

26/02/2021

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