Noi adulti di oggi, siamo cresciuti ascoltando i racconti degli anziani descrivere quanto la scuola fosse un luogo desiderato.

Loro, spinti dalla voglia di conoscere e di emanciparsi, percorrevano chilometri anche attraverso le intemperie per raggiungere quel luogo fisico d’incontro.

Alla luce degli ultimi eventi, quei racconti appaiono come pagine ingiallite di un vecchio libro; i ragazzi, infatti, si sono ritrovati a percorrere solo i metri che li separano dal pc, ma, a volte, più pesanti di quelle lunghe traversate dei nostri nonni.

 

La tecnologia amica o nemica?

Nell’iniziale incertezza della pandemia, grazie alla tecnologia, la scuola è riuscita ad affrontare quella che doveva essere solo una breve interruzione della didattica, ma si è rivelata un vero e proprio stravolgimento delle consuete modalità educative.

Poi, la ripresa, attraverso una didattica di emergenza, ha rappresentato una mano tesa verso i nostri giovani spaesati, che ha tentato, con ago, filo e pazienti movimenti, di ricucire quelle relazioni bruscamente interrotte.

Nell’ultimo anno è stato urlato più volte che la scuola è presenza e lo è stata pur non essendo in presenza.

 

Tuttavia, la fase acuta è passata, le cose sono un po’ cambiate e la domanda resta: 

abbiamo fatto tutto il necessario per i nostri ragazzi?

 

Tenterò di rispondere attingendo alla mia esperienza da educatrice e psicologa.

Ho sempre lavorato con l’età evolutiva ed in particolare nel contesto, secondo me, privilegiato, della scuola.

Quest’anno, nella maggior parte delle regioni, la scuola è riuscita a mantenere una certa continuità di presenza e in sicurezza.

E, protocollo dopo protocollo, ci siamo ritrovati tutti insieme, con mascherine e regole da rispettare. 

Se alla mascherina ci siamo tutti un po’ abituati, mantenere il distanziamento fisico è stato difficile per ragazzi e adulti. 

I ragazzi, nella loro esuberanza giovanile che vede il corpo protagonista, male hanno tollerato anche semplicemente non poter passare il diario a quello che ora è il compagno ad un metro di distanza; gli adulti si sono trovati ad incoraggiare senza pacche sulle spalle e a dover spiegare solo  con lo sguardo.

Ma peggio è andata agli studenti dei cicli di secondo grado; loro hanno passato la maggior parte dell’anno ancora a distanza.

 

Le conseguenze?

Ho potuto osservare un generale affaticamento degli studenti.

La scuola è, sin dall’infanzia, il luogo mediatore del mondo.

Il primo posto dove la persona può sperimentarsi separata dalla propria famiglia e dove conoscere ed imparare regole comuni. 

Questo anno invece, ha riportato i ragazzi inesorabilmente solo all’interno del proprio nucleo familiare e i genitori per necessità sono dovuti rientrare, a volte anche in maniera troppo intrusiva, nelle questioni dei figli. 

I ragazzi, abituati ed a volte già assuefatti al mondo tecnologico, hanno mostrato apparentemente buon adattamento alla nuova situazione a discapito però dei movimenti emancipativi tipici dell’età e, gli individui più fragili, si sono ritirati nel proprio nido casalingo posticipando l’investimento sul gruppo dei pari.

La qualità dell’apprendimento è stata soprattutto a livello passivo ed ogni ragazzo ha dovuto mantenere una costante motivazione interna al fine di portare avanti il programma.

Infine, l’accesso ai servizi che permettono di partecipare alle lezioni on line non è stato così

uniforme sul territorio. Ancora oggi molti studenti rimangono fuori dalla possibilità di collegarsi con i compagni.

 

Infine, piccoli consigli di sopravvivenza…

Possiamo dire che la DAD è stata utile quando ha integrato buona didattica in presenza non dimenticando l’importanza delle relazioni positive.

Gli insegnanti, nel ruolo di educatori, non sono chiamati esclusivamente a trasmettere conoscenze e a verificarne l’apprendimento ma anche a fornire i mattoni per la costruzione dell’identità dei ragazzi. 

Il poco tempo in presenza dovrebbe essere anche investito per tessere relazioni.

I genitori, infine, dovrebbero rimandare ai ragazzi le proprie responsabilità senza essere troppo interventisti, ma mantenendo un ascolto empatico in grado di cogliere anche i primi campanelli di allarme riguardo eventuali disagi che nascono o si acuiscono in questo momento collettivamente difficile.

 

Autore

Maria Elisei 

Psicologa ed Educatrice

26/06/2021

 

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