In quegli anni mi dividevo tra il lavoro per AVO (Associazione Volontari Ospedalieri) di Garbagnate in Neuromotoria e le allora RSA, la formazione a personale medico sanitario delle cliniche di Milano e Hinterland e i tirocini di specialità in ASL e presso la psico-oncologia dell’Ospedale San Paolo di Milano

 

Possiamo dire che la mia vita di giovane psicologo si svolgeva in corsia.

Il mio ruolo, pur diverso secondo i progetti e i relativi compiti, aveva sempre una caratteristica: rimanere esterno alla struttura, in un limbo tra pazienti, parenti, volontari e personale delle strutture. 

Questa particolare posizione mi ha offerto un osservatorio d’eccezione da cui ascoltare e dialogare con le persone che popolano il complesso mondo delle strutture sanitarie, soprattutto di quelle a lungo-degenza.

 

Oggi, da psicologo senior, avendo guadagnato un po’ di distanza da quelle intense esperienze, voglio provare a condividere cosa ho imparato sulla psicologia da ospedale, non quella dei libri, ma quella vita vissuta in corsia. 

 

Voglio farlo proponendo una chiave di lettura che mi aiuta e spero aiuti anche voi, a decifrare un’esperienza psicologicamente complessa senza però subirla o renderla eccessivamente complicata.

 

Questa chiave di lettura è la Curva dell’Efficacia Personale.

Questo modello descrive in modo intuitivo il nostro funzionamento di persone e ci aiuta a leggere, o rileggere, la nostra esperienza in modo intuitivo, aiutandoci ad essere più consapevoli.

La Curva dell’Efficacia Personale descrive il potenziale di efficacia di una persona nel gestire il compito o la situazione di un dato momento.

Mette in relazione il livello di attivazione psicofisiologico (X) con il livello di complessità gestita (Y).

Il potenziale di efficacia disponibile per la persona è determinato dalle condizioni psicofisiologiche della persona in quel determinato istante.

 

Ti presento il modello attraverso una scena concreta che potrebbe anche apparirti familiare: le due vicine di letto.

 

Ricordo due signore, ospiti della casa di riposo in cui tenevo un laboratorio di animazione teatrale: una era sempre di buon umore, l’altra no. 

Ovviamente, essendo sempre cupa e triste, questa persona era meno “attraente” per le interazioni sociali, non solo delle compagne di casa, ma anche del personale e delle persone volontarie. Certo, tutte queste persone si sforzavano di dedicarle attenzione, ma avevano molto più piacere a interagire con la signora brillante. 

 

Ora, proviamo a leggere questa scena attraverso la nostra Curva.

Per prima cosa possiamo notare che, se usciamo dal contesto e pensiamo a noi stesse/i, non è strano aver più piacere a stare con persone “gradevoli”, come non è strano doverci “sforzare” per stare con persone che sono tristi, ci risulta noioso o frustrante.

 

La Curva non vuole dirci se sia giusto o sbagliato, ma farci vedere perché e come questo succeda. 

Se una persona non ci ingaggia, coinvolge, siamo poco attivati e meno brillanti (restiamo sulla sinistra del grafico).

Se siamo costretti, per ruolo o per auto imposizione, a stare con una persona di cui non riusciamo a cambiare l’umore, ci sentiamo impotenti, frustrati e alla lunga ci innervosiamo perfino (siamo a destra del grafico). 

Questo avviene perché i nostri sforzi, la nostra attivazione, premono contro un “muro di gomma”.

 

Se interagiamo con una persona brillante, che ci attiva e mette a nostro agio, ci esprimiamo al massimo del nostro potenziale (qui siamo al centro del grafico).

 

Quindi, se non sono attivata/o, tendo ad avere risposte automatiche, di cortesia, poco entusiaste; se sono troppo attivata/o, tendo a dare risposte secche, sbrigative, nervose o a reagire; ma quando sono in equilibrio, attivata/o ma non troppo, mi godo il momento a pieno.

 

Dalla vita alla scena

 

Ma perché queste due signore erano di umore cosí diverso? Dipendeva da come erano trattate? Dipendeva dal rispettivo carattere o temperamento? Da cosa?

La signora triste, aveva lasciato una bella casa e aveva dovuto rinunciare a passeggiare con le amiche nel vicino parco, oltre a poter frequentare il paese. La sua attenzione era sempre rivolta a quello che le mancava e che sapeva non avrebbe mai più riavuto. 

Per dirla con la Curva, era tutta a sinistra, perché per lei non valeva la pena attivarsi.

Al punto che parlava sempre meno.

 

La signora allegra, aveva stretto delle nuove amicizie nella struttura, iniziato a praticare degli hobbies mai praticati prima e aspettava con ansia le visite dei volontari.

Sempre per guardarla attraverso la Curva, era ben centrata, coinvolta da quello che stava vivendo nel suo presente e orientata al futuro, prossimo, con fiducia.

 

Quello che sorprese non solo me, ma tutta l’equipe della struttura e le e i volontari, fu quello che accadde quando entrambe le signore parteciparono al laboratorio che tenevo.

 

Si trattava di un laboratorio psicodrammatico, una tecnica che accompagna le persone partecipanti a una messa in scena autobiografica. Arrivato il turno della signora “triste”, le chiesi di ritornare con la mente a un periodo ed evento a lei cari. Ponendole delle domande su luoghi e persone la accompagnai mentalmente nel suo viaggio.

 

Con grande sorpresa di tutte le persone presenti, non solo la signora divenne progressivamente più vivace, ma il suo sorriso, da melanconico si trasformò prima in allegro e poi in vere e proprie risate! Tutte le persone del gruppo interagirono con gioia sulla scena, trasportate dal suo buon umore e dalla sua vitalità. 

 

Fu un successo! 

Questa scena diede il via una serie di eventi a catena; la percezione della signora, benché finita la scena fosse svanito anche l’effetto sul suo umore, agli occhi delle altre persone cambiò; per il personale e per le e i volontari fu chiaro che farle semplicemente raccontare del suo passato, non per rimpiangerlo, ma per riviverlo, l’avrebbe attivata e che quell’attivazione avrebbe avuto un riverbero sul loro umore.

 

Per me fu la scoperta concreta che le persone non sono in un modo piuttosto che un altro, ma che vivono le situazioni in modo personale; che questo vissuto ne può influenzare la possibilità di accedere al proprio potenziale e che questo vissuto può cambiare e con esso cambia la possibilità di esprimersi.

 

In altre parole, il punto non è se siamo tristi o allegri di carattere, ma se stiamo accedendo, o meno, al nostro potenziale in un dato momento.

 

Autore

Paolo Lanciani

(Psicologo del lavoro ed Excecutive Coaching)

 

Contatti

+39 338 762 3308

paolo.lanciani@dlm-partners.eu

26/05/2021

 

Related posts

Mission Empathy

Mission Empathy è un ecosistema di innovazione sociale per un nuovo percorso di salute in pediatria.

Iscriviti alla newsletter

Teniamoci in contatto

Seguici sui nostri Social